Una nube si levava in alto, ed era di tale forma ed aspetto da non
poter essere paragonata a nessun albero meglio che a un pino.
Infatti, drizzandosi come su un tronco altissimo, si allargava poi
in una specie di ramificazione...
Il
Geografo Strabone, che parlava del monte all'inizio del primo secolo
d.C., non aveva mai sentito narrare di eruzioni avvenute nel corso
della storia precedente, ma, avendo notato l'aspetto delle rocce che
sembravano bruciate dal fuoco, giustamente ne sosteneva l'origine
vulcanica. La sommità che egli vide era una depressione ampia,
piatta e sterile, circondata da pareti dirupate. Virgilio ricorda
come i fianchi digradanti del monte fossero abbelliti dalla vite e
dall'olivo, mentre in parte erano lasciati a terra arabile e a
pascoli.
Il dipinto che vedete in alto, ritrovata nella casa del Centenario a
Pompei, probabilmente riproduce quello che doveva essere l'aspetto
della montagna verso la metà del primo secolo d.C. Questo dipinto
sembra mostrare chiaramente che in quell'epoca il monte aveva una
sola cima (il monte Somma), e non due come oggi.
Il 5 febbraio del 62 d.C., una giornata di sole, la regione fu
sconvolta da un violento terremoto. Si ebbero danni a Nuceria, e a
Neapolis alcuni edifici crollarono; ma i danni furono maggiori ad
Ercolano, che venne quasi completamente distrutta, e a Pompei dove
le devastazioni furono egualmente gravi. Ma le città erano così
prospere e avevano una tale capacità di recupero che la
ricostruzione fece rapidi progressi. Tuttavia il terremoto
costituiva un cattivo presagio per il futuro, perché non era altro
che un tentativo abortito del Vesuvio di scaricare la propria
energia attraverso una fenditura. Dopo 17 anni, il 24 agosto del 79
d.C., lo sbarramento fu sfondato e il monte cominciò a eruttare. Da
alcuni giorni erano in corso i festeggiamenti del divino Augusto. Il
giorno prima, per una sinistra coincidenza, era stata celebrata la
festa annuale di Vulcano. A Pompei e nelle località circostanti la
terra aveva tremato per quattro giorni, poi avvenne l'eruzione. Un
racconto impressionante del disastro è giunto fino a noi e ne siamo
debitori a Plinio il Giovane che si trovava a Miseno, all'estremità
nord-occidentale del golfo di Napoli. Egli era ospite nella casa di
suo zio Plinio il Vecchio, storico scienziato e uomo dal sapere
enciclopedico, che era il comandante della base navale di Miseno.